Impronte e telecamere, un pessimo segnale di sfiducia verso la scuola e chi ci lavora

In Aula al Senato domani, 12 giugno, il decreto cosiddetto concretezza, che fra l’altro contiene le disposizioni sui controlli di presenza negli uffici pubblici e nelle scuole, con l’utilizzo di modalità biometriche. Disposizioni contro le quali ha preso posizione da tempo la CISL Scuola, che le ritiene del tutto ingiustificate e inopportune per contesti lavorativi di dimensioni generalmente ridotte e caratterizzati da un’organizzazione del lavoro del tutto atipica rispetto al resto del lavoro pubblico. Che le obiezioni della CISL Scuola – condivise e fatte proprie anche dalla Confederazione – siano più che fondate lo dimostra il fatto che il personale docente è stato escluso da tali modalità di controllo, al momento confermate invece per il personale ATA e i Dirigenti. In particolare per questi ultimi, si tratta di modalità del tutto prive di senso se viste alla luce di quanto stabilisce il contratto nazionale, che in modo esplicito affida al dirigente piena autonomia nel gestire tempi e modi della propria attività lavorativa. Per questo la CISL Scuola le ha definite anche irriguardose nei confronti della dirigenza scolastica in una lettera inviata nei giorni scorsi a tutti i Senatori, nella quale si denuncia un vero e proprio accanimento da parte del Governo, accusato di assimilare lavoratori della scuola e dirigenti scolastici ai “furbetti del cartellino”, esprimendo una sostanziale sfiducia nei loro confronti con misure “di sapore punitivo ed effetti demotivanti”.
“Queste norme, che abbiamo chiesto di modificare in Aula escludendo tutto il personale scolastico dai controlli con modalità biometrica – afferma la segretaria generale CISL Scuola Maddalena Gissi – vanno nella direzione opposta a quella che occorrerebbe seguire per far sentire alla scuola, e a chi ci lavora, un forte sostegno fatto anzitutto di fiducia. Il messaggio che viene dato è invece ben diverso, asseconda e alimenta pregiudizi negativi che chi lavora con impegno e fatica non merita affatto. Andrebbe riconosciuto che se le nostre scuole, costrette ad agire in condizioni non certo ottimali, riescono a rendere ogni giorno un prezioso servizio alla collettività è proprio per la passione, la generosità e spesso il sacrificio con cui vi operano dirigenti, insegnanti e personale ATA. Non c’è davvero alcun bisogno di ricorrere a dispositivi sofisticati e costosi per controllare che la scuola lavori: basterebbe andarci, almeno ogni tanto, e vedere come concretamente funziona”.
“Le disposizioni sui controlli biometrici – prosegue la Gissi – fanno il paio con quelle sulle telecamere nelle aule: episodi certamente deprecabili, ma che rappresentano rarissime eccezioni alla norma, vengono presi a pretesto per un atto di generale sfiducia nei confronti di un milione di lavoratrici e lavoratori, senza valutare minimamente l’impatto che la video sorveglianza determina per la qualità della relazione educativa, che ne esce pesantemente condizionata. Mi si passi un esempio: la violenza in ambito familiare è certamente una realtà drammatica, ma penso che nessuno si sognerebbe di affrontare il problema imponendo telecamere obbligatorie entro le mura domestiche. E non solo perché concretamente irrealizzabile, ma per il turbamento delle relazioni familiari che ne deriverebbe. I controlli si facciano, anche a scuola, quando vi sono fondati sospetti, ma si rifletta bene prima di avviare un sistema generalizzato che apporterebbe più danni che benefici”.

Roma, 11 giugno 2019

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